Supercompensazione ed allenamento.

Il principio del carico/scarico applicato al training arcieristico ha da sempre sollevato non poche perplessità fra gli addetti ai lavori. Nata per operare sull’aspetto condizionale legato alla forza la Supercompensazione sembrerebbe infatti  non soddisfare pienamente le sostanziose richieste tecniche di una disciplina quale la nostra. Ancora una volta i “ distinguo” potrebbero dunque fare la differenza.

 

Qualità !?.

La destrezza, perché è di questa che abbiamo bisogno noi arcieri, è abilità complessa ed articolata alla quale concorrono in maniera determinante un numero considerevole di fattori. Detti  elementi dovranno essere necessariamente richiamati nella nostra personalissima routine di tiro ogni qualvolta, appunto, ci si ritrovi a scoccare delle frecce su di una qualsiasi targa. Se diamo per buono tale assunto, e mi sembra proprio il caso di farlo, escludiamo automaticamente a priori il porsi in essere di un tiro inquinato dall’assenza più o meno consapevole di una o più di queste chiavi esecutive. Volendo quindi concedere un senso concreto all’oramai famigerato “ Tiro Di Qualità”, potremmo tranquillamente sostenere che, in effetti, se di training parliamo, non possiamo accettare entro un progetto allenante nessun altro tipo di azione che non sia quella evocante in maniera onnicomprensiva quello che soggettivamente intendiamo come ideale  esecutivo. Riducendo il concetto all’osso diremo quindi che il tiro “ Non qualitativo” in realtà non esiste o meglio, non può essere preso in considerazione all’interno di un serio programma di training.

Quantità!?.

Il numero di frecce scoccabili entro una seduta d’allenamento sarà quindi direttamente proporzionale alla nostra capacità di rimanere “presenti” alla missione sopra descritta. Il problema perciò si trasferisce su di un altro piano dato che, a questo punto, c’è da chiedersi che tipo di effetto possano ottenere i tiri effettuati  al di fuori di quello che chiameremo per comodità il nostro “limite evolutivo”. Nulla di buono, questo è certo.  Non è infatti accettabile, per esempio, intendere arco e frecce quali meri strumenti d’allenamento fisico. La corsa, la piscina, la palestra, la bicicletta non possono essere confuse con l’attrezzo attraverso il quale esprimiamo invece la totalità delle nostre abilità acquisite. Arco e frecce rimangono gli utensili “eletti” per eccellenza e come tali vanno esclusivamente interpretati. Tirare “ Per Vizio” e poi quanto di peggio possiamo fare sia da un punto di vista tecnico che mentale così come scaricare frecce sul bersaglio tanto per concludere una seduta evidentemente mal bilanciata per numeri ed impegno. Arriveremo quindi a dire che se dovesse venire a mancare il controllo, la lucidità, la voglia, la concentrazione, il nostro training andrebbe immediatamente interrotto al preciso scopo di non rendere accettabili degli atteggiamenti che, su di una linea di tiro invece accettabili non sono. L’ espansione del personale limite evolutivo è questione che va pianificata per tempo e che deve necessariamente passare attraverso degli step atletici prima e tecnici poi. Tante frecce tante punti?. Sarebbe troppo facile!.

Però…

I pigroni non si sentano a questo punto giustificati. L ‘allenamento è chiamato in ogni caso a modificare positivamente il vostro essere arcieristico e perciò pretende un carico ed una frequenza sotto i quali  sarebbe pericoloso andare. Fornire dei numeri in questi casi è sempre complicato in quanto gli stessi in realtà possono dipendere da un infinità di fattori disturbanti o, al contrario, propedeutici. In linea di massima e volendo fare riferimento alla grande base compoundistica  potremo tuttavia  ipotizzare quale soglia minima accettabile le tre sedute singole  settimanali di 150 frecce ognuna fermo restando un lavoro di tipo aerobico da portare avanti a latere. Niente paura comunque, una mezz’oretta di corsa od un ora intiera di bici potrebbero essere sufficienti a garantirvi una certa tenuta. Rimanendo aderenti alla realistica quota dei tre allenamenti a settimana le frecce da scoccare potrebbero invece essere ridotte a 100 qualora, all’interno dello stesso impegno, venissero inseriti dei circuiti condizionali prevedenti l’alternanza di esercizi atletici e tiro. Se ben interpretato un circuito che, per esempio, privilegi lo sviluppo della flessibilità, può risultare perfettamente compatibile con dei target di carattere tecnico e quindi non entrare in conflitto con quel concetto di qualità che ci è così caro. La selettività esecutiva infatti non verrebbe meno e quindi nemmeno i target prestazionali che in un simile contesto saranno intesi in senso strettamente tecnico e gestionale.

Bilanciamento e modulabilità.

La prestazione intesa come punteggio rimane in ogni caso un indice di tutto rispetto qualora sia presa in considerazione nei tempi adeguati. Fondamentalmente nel periodo appena seguente il termine della stagione agonistica all’aperto ( ottobre, novembre, dicembre), il lavoro in circuiti privilegerà la sua componente atletica ( 65% ), lasciando al tiro (35%) uno spazio adeguato ma certo più ristretto. Volendo concedere la giusta importanza ai nazionali indoor in realtà parte dell’ultimo mese dell’anno potrebbe essere già usato per arrivare preparati all’evento che solitamente si risolve entro febbraio dell’anno successivo. In tale periodo ed in realtà in tutti quelli che risultassero antecedenti ad una competizione target o comunque ritenuta agonisticamente rilevante, il bilanciamento dei circuiti muterà funzionalmente verso il tiro che, da par suo, con l’avvicinarsi dell’evento si modulerà attraverso i tempi, i ritmi ed i numeri di frecce propri della gara in oggetto seguendo una percentualizzazione grossolanamente ipotizzabile su di un 70% tiro ed un 30 % d’atletismo. In questo caso il variare degli scocchi in quanto a numero troverà un profondo senso tecnico nell’adeguamento alla reale situazione agonistica ed operativa. A questo livello, appunto, tener conto degli score potrebbe concedere corpo a tutto il lavoro portato avanti in precedenza. Schematicamente  quindi il nostro training annuale che sempre dovrà prevedere di un periodo di recupero/ riposo attivo( susseguente la stagione outdoor e immediatamente precedente la preparazione invernale), si potrà dividere in periodi di EVOLUZIONE, CONTROLLO e GARA.

Concludendo…

… potremmo sostenere che per un arciere le richieste inerenti al tiro devono intendersi come sempre rivolte al massimo e che in un simile contesto il numero di frecce scoccate non debba necessariamente seguire uno schema crescente / decrescente preordinato ma piuttosto venga modulato in funzione alle nuove abilità acquisite ed alle richieste agonistiche proprie della stagione competitiva.

In ogni caso la pianificazione e l’organizzazione dell’allenamento non potranno venire meno mai, tanto meno a livello amatoriale dove, come ben sappiamo, il tempo è sempre tiranno.

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